L’abbazia di Pomposa

Situata nel comune di Codigoro è una delle più importanti abbazie di tutto il Nord Italia.

L’Insula Pomposiana, conosciuta già nell’antichità, era in origine un’isola boscosa dalla forma di un grosso triangolo, circondata dalle acque del Po di Goro, il Po di Volano e dal mare. La presenza di un primo insediamento benedettino nell’Insula è attestata dal frammento di una lettera inviata da Papa Giovanni VIII nell’874 all’imperatore Ludovico II. Il clima mite e il terreno fertile favorirono lo sviluppo di un abbazia ricca che raggiunse l’apice della sua potenza nell’XI secolo. Nel 981 l’abbazia passò sotto il controllo del Monastero di San Salvatore di Pavia ma è durante la giurisdizione dell’arcidiocesi ravennate che il monastero di Pomposa ebbe un periodo di grande fioritura.
Sotto la guida dell’abate Guido di Pomposa, noto anche come Guido degli Strambiati, Pomposa ebbe il momento di massima fioritura e splendore. Egli operò una radicale ristrutturazione e riorganizzazione dell’abbazia la quale venne ampliata per ospitare i numerosi monaci conferendo al complesso l’aspetto e le dimensioni attuali. Nel 1026 venne consacrata la chiesa e successivamente vennero edificati il campanile, i chiostri e il palazzo della Ragione.

Per la sua grande importanza e ricchezza il cenobio benedettino arrivò a possedere numerose proprietà sparse sia nei terreni circostanti, comprese le paludi da pesca e le saline a Comacchio, sia nel resto nella penisola, grazie a donazioni e lasciti. Ma l’abbazia di Pomposa fu, sempre nell’XI secolo, anche un principale luogo di vita spirituale e culturale, una meta visitata da eremiti, imperatori, nobili, santi, viaggiatori ed anche personaggi illustri del tempo come  san Pier Damiani e Guido d’Arezzo; quest’ultimo, probabilmente, proprio in questa abbazia elaborò la moderna scrittura musicale basata sul sistema delle sette note fissandone inoltre il nome.

Il periodo di grande prosperità dell’abbazia iniziò a declinare nel 1152 con la cosiddetta “rotta di Ficarolo”. Le forti e frequenti precipitazioni causarono la rottura degli argini, in più punti presso Ficarolo, determinando lenti ma importanti mutamenti climatici ed ambientali nella zona del delta padano che portarono soprattutto a fenomeni di impaludamento delle campagne del Polesine (compresa l’abbazia di Pomposa). Da questo disastroso evento, iniziò così la dura lotta che i monaci benedettini intrapresero per secoli contro la malaria. Il poeta Dante Alighieri, che nel 1321 sostò a Pomposa, durante il viaggio di ritorno da Venezia quale ambasciatore polentano, contrasse le febbri che l’avrebbero condotto alla morte. Nonostante il lento declino, nel Trecento l’abbazia godeva ancora di una certa importanza; a questo periodo risalgono infatti i i grandi cicli pittorici della sala capitolare, del refettorio e della chiesa.
Nel 1423 l’abbazia venne trasformata in commenda; gran parte delle rendite e dei beni del monastero, affidati ad un abate esterno, vennero negli anni seguenti dilapidati portando il complesso di Pomposa al decadimento. Da quel momento degrado ed abbandono caratterizzarono le vicende dell’abbazia. Nel 1653 papa Innocenzo X ne decretò la soppressione. Nel 1802 gli edifici rimasti del complesso vennero acquistati dai marchesi Guiccioli, famiglia ravennate, ed adibiti a magazzini, stalle e fienili.
Il recupero dell’Abbazia di Pomposa avvenne verso la fine dell’Ottocento quando tutti i fabbricati vennero acquisiti dal Demanio e riportati a nuova vita. Nel 1965 Papa Paolo VI, con la bolla Pomposiana Abbatia, concesse ai vescovi di Comacchio il titolo di abate di Pomposa, privilegio che passò nel 1986 agli arcivescovi di Ferrara-Comacchio. Infine nel 1976 venne istituito, nello spazio dell’ex dormitorio dei frati, il Museo Pomposiano che raccoglie numerosi resti scultorei, dipinti ed altre opere d’arte.

L’intero complesso monastico di Pomposa attualmente e composto dalla chiesa di Santa Maria con affianco il campanile, la Sala capitolare, il refettorio e l’ex dormitorio, il Palazzo della Ragione e il recinto del cimitero dei monaci situato a nord della chiesa. Purtroppo oggi del grande monastero benedettino mancano numerosi altri ambienti tra cui la torre dell’abate, la piccola chiesetta di San Michele, un secondo chiostro dedicato a san Guido (l’artefice dello splendore di Pomposa) e infine la celebre Biblioteca che custodiva numerosi manoscritti.
Elemento di grande rilevanza storico-artistica, nonché la più visitata dai turisti, è la chiesa abbaziale, dedicata a Santa Maria, il nucleo antico risale al VII-IX secolo. Già a prima vista la basilica mostra il suo fascino grazie al colore acceso dei mattoni della sua facciata ma è nella parte interna che svela tutta la sua meraviglia. Lungo le pareti si possono ammirare cicli di affreschi di scuola bolognese, risalenti alla metà del Trecento, con rappresentate storie dell’Antico Testamento, del Nuovo Testamento e dell’Apocalisse di Giovanni mentre sulla controfacciata si può ammirare il Giudizio Universale.
Nella zona del chiostro, vi si affacciano la Sala Capitolare, decorata con affreschi del XIV secolo realizzati da un allievo di Giotto, il Refettorio e l’ex dormitorio dei monaci, oggi sede del Museo Pomposiano. Nella parete di fondo del refettorio si possono ammirare il ciclo di affreschi più prezioso dell’intero complesso, attribuiti forse al Maestro di Tolentino.
Nel cortile interno oggi possiamo vedere i pilastri angolari dell’antico chiostro, risalente al XII secolo, e una vera da pozzo veneziana del XV secolo situata al centro; qui i monaci benedettini trascorrevano le giornate rispettando la famosa regola dell’ordine, “Ora et Labora” cioè “Prega e Lavora”.
Non dobbiamo poi dimenticare il Palazzo della Ragione che si trova, seppure leggermente isolato, dirimpetto alla basilica. Realizzato nell’XI secolo era il luogo in cui gli abati esercitavano l’amministrazione della giustizia civile sul vasto territorio. Venne ricostruito, modificando anche la facciata, nel 1930-31.
Affianco all’abbazia, come detto prima, svetta con i suoi circa 48 metri il campanile, eretto nel 1063 in stile romanico-lombardo dall’architetto Deusdedit. Se si osserva il campanile si può notare che le finestre, dalla base verso la sommità, aumentano di numero e diventano più ampie ( monofore, bifore, trifore e quadrifore); si tratta di una tendenza tipica di quel periodo e serviva ad alleggerire il peso della torre e, allo stesso tempo, a propagare meglio il suono delle campane.

Per concludere possiamo dire che il complesso di Pomposa è un vero capolavoro dell’arte romanica, un sito sperduto nella verde campagna ferrarese al cui interno custodisce inaspettati tesori di arte e di storia.

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